Recensione: IL BUCO (2019) Un thriller lodevole di Urrutia

Tempo di lettura: 4 minuti

Il buco ( titolo originale El Hoyo, La Fossa) è un film del 2019 diretto da Galder Gaztelu-Urrutia, lanciato su netflix il 20 marzo.

Il regista esordiente Galder Gaztelu-Urrutia combina un budget limitato con un’idea crudelmente attuale: raccontare gli squilibri del capitalismo, confinando i personaggi in un grattacielo senza finestre, in cui le risorse sono scarse e la sopravvivenza una lotta quotidiana.  

IL BUCO (2019) il thriller lodevole di Urrutia

Ci troviamo in una struttura verticale a livelli. Ogni piano può ospitare due persone, ha due letti, un lavabo e un orinatoio. Un numero scritto sulla parete indica il piano e un buco quadrato attraversa l’intera struttura.

Una volta al giorno dal piano zero posto sulla cima scende una piattaforma stracolma di cibo e si ferma al centro di ogni livello per qualche minuto. Alla partenza presenta un luculliano banchetto, ma ad ogni piano le pietanze vengono consumate dai residenti e via via che la piattaforma scende, delle ricche portate rimangono solo pochi resti.

Non è possibile trattenere del cibo senza rischiare la morte dopo che la piattaforma è passata oltre. La coppia di coinquilini è fissa, almeno finché uno dei due non muore. La residenza a un piano dura per 30 giorni, poi tutti gli abitanti dell’edificio vengono addormentati e si svegliano nel nuovo piano, la cui posizione sembra essere scelta casualmente.

Chi si trova nei primi cinquanta piani (quelli che riescono a sfamarsi ogni giorno) mangia ben oltre la propria razione o vandalizza il cibo. Il risultato è che oltre il centesimo piano la situazione è disperata.

Il protagonista, Goreng, si fa internare volontariamente per sei mesi ne La Fossa, nella quale si può portare un solo oggetto con se e l’uomo sceglie un libro, il Don Chisciotte di Cervantes.

Goreng (Iván Massagué) si sveglia nel piano 48° e lì incontra il primo ‘compagno di cella’, l’anziano Trimagasi (Zorion Eguileor) che gli spiegherà velocemente non solo le regole del luogo ma anche le logiche sotterranee che corrono tra piani.  Il buco è abitato da tre tipi di persone: chi sta sopra, chi sta sotto e chi cade. Chi sta sopra è cosciente del suo privilegio e spesso vuole impedire a chi sta sotto di poterne usufruire. Chi sta sotto vorrebbe cambiare le cose, ma non ha la forza o la possibilità di farlo. Chi precipita può farlo anche volontariamente.

Goreng inizialmente è disgustato dal cibo consumato dai 94 detenuti sopra di lui. Trimagasi che proviene dal livello 134, lo ammonisce invitandolo a non sprecare tale fortuna. Oltre il livello 100 infatti non arriva praticamente nulla e per sopravvivere bisogna ricorrere a metodi ‘alternativi’.

Proprio come Don Chisciotte, Goreng, entra in questo luogo con dentro di sé la convinzione che sia possibile trovare una soluzione per far funzionare il sistema, evitando le sue derive più drammatiche. Ma quando si sveglia al livello 171° si accorge ben presto che l’etica e i sani principi saranno sopraffatti da semplici logiche di sopravvivenza.

IL BUCO (2019) il thriller lodevole di Urrutia

“Il Buco” sin dal primo minuto è una metaforico urlo di denuncia al sistema verticalizzato capitalista. Al piano 0 coloro che hanno nelle loro mani il destino dell’intero sistema. Chi decide cosa, quanto e quando l’intero palazzo dovrà mangiare. Poi ci sono i piani privilegiati che sprecano, vandalizzano e sovra consumano tutte le risorse. Incuranti di chi dopo di loro dovrà lottare per i resti e le ossa.

A seguire ci sono coloro che vivono nei piani intermedi, consci che le risorse siano ormai scarse per sfamare chi c’è sotto, ma che preferiscono chiudere gli occhi, riempendosi la pancia. Infine ci sono tutti gli sfortunati, i detenuti oltre il centesimo piano. Qui si ricorre a violenza, omicidi e cannibalismo per sperare di sopravvivere fino al mese successivo.

Meno del 20% dell’intero sistema gode delle risorse che andrebbero spartite per l’intera struttura.

I piani si scopriranno nel finale, essere 333, per 666 possibili detenuti. Numero simbolico che rappresenta il buco un po’ come l’abisso infernale.

Finale Spoiler

IL BUCO (2019) il thriller lodevole di Urrutia

Nel finale i due compagni di cella discendono questi ‘inferi danteschi’ con la volontà cambiare il sistema, offrendo un segno. Il piano consiste nel riuscire a scendere all’ultimo livello riuscendo a sfamare tutti, per risalire con ancora un piatto intatto, la panna cotta. Goreng e Baharat riescono nell’impresa. Ma un volta raggiunto, stremati e morenti il livello 333, trovano una bambina, perfettamente in salute, la figlia di Miharu.

‘Non ci sono detenuti sotto i 16 anni nella Fossa’, queste le parole dell’ex Amministratrice e compagna di cella di Goreng. Non è dunque la panna cotta il segno, infatti farebbe parte di quei beni materiali che ammorbano il sistema. La bambina, immagine della speranza, è la falla del sistema. E’ il simbolo da dare al livello 0.

La piattaforma risale con solo lei. Goreng, su consiglio del vecchio Trimagasi (in qualità di coscienza), scende. “Il segno non ha bisogna di un portavoce”.

Il film si conclude con un finale aperto, l’unico possibile. Nessuna brillante e inverosimile chiusura Nolaniana che inverte il sistema. Il messaggio, il grido di denuncia del regista è il significato ultimo della pellicola.

Non una semplice critica, ma un suggerimento a riflettere. Una riflessione che parte dalla speranza. Speranza che, malgrado tutto, si trova alla fine della Fossa, come sul fondo del vaso di Pandora.

Il personaggio di Goreng è invece allegoria del Don Chischiotte. L’eroe che cade, sempre, che ruzzola in continuazione, che si ribalta, ma che poi si rialza ogni volta.

Personaggio controverso, ancora oggi attuale, che è riuscito a rappresentae la crisi di un’età. L’eroe che vuole mostrare al mondo, che ci si deve battere per un valore senza mai essere disposti a cedere.

La lezione immortale dell’irriducibile Alonso Quijano, Don Chisciotte de la Mancha

Se è vero che non si vive di sole utopie, è anche vero che non si vive neppure senza. Abbiamo bisogno di valori condivisi, di parole come comunità, condivisione, collegamento. Riscattare il Don Chischiotte significa tornare a credere in valori condivisi e non contrattare un interesse privato e individuale, secondo le logiche del capitalismo.

Il neo-regista senza grandi effetti speciali, ne scenografie hollywoodiane riesce a partorire una perla. Un film che non ha bisogno di dare risposte, ma che fa riflettere lo spettatore.

Il buco è un thriller lodevole, uno di quei piccoli grandi film capaci di dimostrare che la differenza la fa un’idea vincente e originale, a patto che si riesca a darle la giusta forma.

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